È morto il giornalista Valentino Parlato: espulso dal Pci, fondò Il Manifesto

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A raccogliere le parole di Parlato - nato a Tripoli, in Libia, il 7 febbraio 1931 - è stato il giornalista e scrittore Giorgio Dell'Arti che ne ha curato una breve biografia.

A commentare l'annuncio della scomparsa un post sul sito del Manifesto: "Per ora ci fermiamo qui, abbracciando forte la sua splendida famiglia e tutti i compagni che, come noi, l'hanno conosciuto e gli hanno voluto bene". Se resti qui io ti mollo, gli dice in sostanza. Il giornalista, successivamente, si era trasferito in Italia, o meglio era stato espulso dal suo Paese natio proprio per la sua "fede" politica tendente verso sinistra e aveva raggiunto l'Italia dove, poi, ha cominciato a lavorare per L'Unità. Partecipò alla realizzazione del primo numero (23 giugno 1969, edizioni Dedalo, 75 mila copie di tiratura) con Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina e Ninetta Zandegiacomi. A Roma era facile incontrarlo sull'autobus quando il Manifesto occupava la storica sede di via Tomacelli, oppure sul tram 8, dopo il trasloco nelle nuova sede meno centrale.

È morto martedì mattina a Roma Valentino Parlato.

- Ci sono 0 contributi al forum. "Eccellente", commentarono al terzo piano. Doveva rimanere un giornale partito e invece quel ruolo si è dissolto. Personaggio spesso controcorrente, anche rispetto alla sinistra che lo ha sempre considerato intellettuale di riferimento, nel 2012, getta la spugna: è l'ultimo dei padri nobili ad abbandonare la testata, ormai "è un giornale come gli altri", spiegò.

Al Manifesto ha dedicato due libri: Se trentacinque anni vi sembrano pochi (Rizzoli 2006) e La rivoluzione non russa. Quaranta anni di storia del manifesto (Manni). Era un fumatore accanito e nel 2007 dichiarò di fumare ancora 70 sigarette al giorno.

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